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La più antica Misericordia - Pagina 2

Quando passavano per le strade, un fratello veniva mandato avanti con un campanello, il cui suono avvertiva i passanti di non fermarsi, per evitare il contagio. Nella famosa pestilenza del 1630 (la stessa descritta dal Manzoni), che a Firenze fece settemila morti in quattro mesi, furono adottate barelle nuove, coperte «a guisa di una gondola» di tela cerata. Della stessa tela erano fatti i sanrocchini (da san Rocco, curatore degli appestati), piccoli mantelli che coprivano le spalle, e anche i mantelli più lunghi detti ferraioli, indossati dai portatori, dai fratelli e dai sacerdoti che andavano a seppellire i morti. Nel Seicento, il materasso per i malati nella barella fu sostituito da uno strato di paglia o di fieno, che si bruciava subito dopo l’uso. Peste, tifo, colera… le calamità avevano nomi diversi, ma sempre ugualmente generosa era la risposta dell’Arciconfraternita, con i suoi due elementi fondamentali: la prontezza dell’intervento e poi la sua continuità. Nella prima guerra mondiale, i fratelli provvidero al trasporto di soldati feriti e malati negli ospedali, e subito dopo, nel 1919, intervenendo con la consueta efficienza nell’epidemia di febbre detta “spagnola”. Nella seconda guerra mondiale le loro ambulanze accorrevano sui luoghi bombardati, e durante l’ultimo periodo, mentre in città si combatteva, funzionarono senza sosta tra gli spari i posti di Pronto soccorso della Misericordia.

Anche nell’ultima grande calamità che colpì Firenze, l’alluvione del 4 novembre 1966, la Misericordia fu uno splendido strumento di solidarietà. Nella città dove l’acqua bloccava tutto, l’Arciconfraternita riaprì il suo ambulatorio nel giro di quarantott’ore, e a quattro giorni dal disastro era già organizzata per il servizio di vaccinazione antitifica e antitetanica. Una leggenda dei secoli scorsi attribuiva un altro fondatore alla Misericordia di Firenze: un certo Pietro di Luca Borsi, capo di un gruppo di “porta” o facchini, che allora erano numerosi e attivi. Secondo quel racconto, il Borsi, vedendo che quei facchini bestemmiavano continuamente, propose e ottenne che ogni offesa al nome di Dio fosse punita con una multa; e quando fu raccolta in tal modo una somma abbastanza consistente, sempre il Borsi fece preparare sei barelle a forma quasi di culla (o “zana”) per il trasporto di malati e infortunati, a opera dei facchini stessi, che in tal modo vennero a costituirsi in sodalizio di soccorritori. E ciò sarebbe accaduto nel 1240.

È una leggenda, si è detto.
Infatti, dal registro dei Capitani e dei Capi di guardia della Misericordia risulta veramente esistito un Pietro Borsi, ma figlio di Gherardo, e non di Luca; inoltre – e soprattutto- egli è vissuto nella seconda metà del Trecento, cioè quando la Confraternita era attiva già da oltre un secolo. A lui probabilmente si deve l’organizzazione del servizio di trasporto dei malati in ospedale, appunto con le zane. La gratitudine e l’ammirazione dei fiorentini per la loro Misericordia è stata naturalmente sempre viva (e tuttora lo è), manifestandosi anche con atti di generosità di molti cittadini attraverso i tempi. Tra coloro che hanno dato con particolare larghezza si ricorda Lorenzo Gabbuggiani, che nel 1697 fu eletto Capo di guardia dell’Arciconfraternita e che morì nel 1734. Egli possedeva una bottega e un certo numero di case date in affitto, che passarono in eredità ai suoi sei figli.

Ma nel suo testamento aveva previsto anche la possibilità che nessuno di loro avesse a sua volta figli, stabilendo per quell’evenienza: «… e mancata che sarà la discendenza, comando e voglio che i Capi della Misericordia di Firenze vendano tutti gli effetti di qualsivoglia parte che resteranno della mia eredità e dispendino il ritratto (il ricavato) per opere di beneficenza secondo il costume di detta compagnia».

Queste disposizioni furono pienamente accettate dai suoi figli; di essi, uno era sacerdote e una era suora; gli altri non ebbero discendenza, per cui l’Arciconfraternita poté ereditare quei beni e venderli.

Così, nel 1780 s’intrapresero varie opere di trasformazione e di ingrandimento della sede della Misericordia, per il pessimo stato dell’ambiente e per la ristrettezza dei locali.
I lavori furono pagati in parte col provento dell’eredità Gabbuggiani e in parte con un forte sussidio del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo di Lorena. Lorenzo Gabbuggiani fu sepolto nella chiesa dei gesuiti, e ancora oggi una lapide latina, sulla porta della sala d’ingresso della Misericordia, ricorda la sua donazione. Il volontariato delle Misericordie si ispira al Vangelo, e il modello dei confratelli resta in ogni caso e circostanza il Buon Samaritano. Così è, si diceva, da sette secoli e mezzo, attraverso il mutare dei tempi e il permanere della sofferenza tra gli uomini.

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